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colpo dello scorpione René Higuita parata

Come si allena la mente (folle) dei portieri?

Darwin Pastorin, giornalista sportivo, scrittore di romanzi e saggi sul calcio, nel suo libro “Lettera a un giovane calciatore” fa una lista dei suoi portieri preferiti, nella quale inserisce Gigi Buffon, Dino Zoff, Lev Jašin e René Higuita.

Soprannominato “Ragno nero” per via dell’uniforme scura, il russo Jašin, scomparso nel 1990, è stato l’unico portiere ad aver vinto, meritatamente, nel 1963, il Pallone d’Oro. Il colombiano René Higuita è invece considerato il più folle e stravagante estremo difensore della storia del calcio. Oltre che per il carcere, la cocaina e i rapporti con Escobar, la sua fama è legata al celebre “colpo dello scorpione”, effettuato durante la partita amichevole Inghilterra-Colombia nel 1995.

Gianluigi Buffon, passato dalla Juventus al Paris Saint-Germain, tempo fa ha detto che “in campo il portiere è pronto a sacrificarsi per la causa ed è una persona onesta nella vita e nelle amicizie”. Dino Zoff, campione del mondo in Spagna, a quarantun anni volava ancora come un angelo.

Un ruolo dunque, quello del portiere, molto difficile da definire. Nel quale la componente razionale deve andare d’accordo con la parte più esplosiva e istintiva dell’atleta. Il portiere in campo è la metafora di un baluardo, l’ultimo uomo a difendere il fortino. È lui a dover trasmettere sicurezza ai compagni di squadra, nonostante l’isolamento (è relegato nella sua area) e l’assenza per lunghi tratti dal gioco.

Dino Zoff

Di questo abbiamo parlato con Andrea Piscitelli, giovane mental coach della scuderia di Sport Power Mind. Andrea – che da professionista segue (oltre ad altri atleti) due portieri di calcio – ha un passato da istruttore di 2° grado della Federazione Italiana Tennis. “Allenare la mente dei portieri è un’esperienza davvero particolare – spiega Piscitelli – perché si tratta di giocatori che non possono sbagliare mai. Un loro errore non vale come quello di un compagno: se fai una papera, anche banale, regali un gol agli avversari e una delusione fortissima alla tua squadra, all’allenatore, a tutti i tifosi. Basta pensare a cos’è successo a Donnarumma durante questa stagione…”.

Chiedo ad Andrea di raccontarci qualcosa della sua attività di mental coach con i ‘numeri uno’. “Come dicevo, il portiere fa reparto a sé, deve badare a se stesso. Per intere porzioni di gioco è da solo con i suoi pensieri e gli stati d’animo, obbligato a mantenere una concentrazione elevata sebbene poco coinvolto. Pensiamo a portieri di grandi squadre, che magari in certe gare toccano il pallone solo tre o quattro volte in novanta minuti. Lì il rischio forte è quello di raffreddarsi, sia fisicamente che sotto l’aspetto mentale. E se la fisiologia si blocca, nello stretto rapporto mente-corpo anche il cervello si può deconcentrare, a volte in maniera fatale”.

Piscitelli lavora con due portieri di età molto diversa. Il primo è un ragazzo di quattordici anni, che gioca al Nord Italia in una squadra giovanile di calcio a 11. Il secondo invece ha il doppio degli anni, oggi milita in formazioni di calcio a 5 e a 7, e vorrebbe cimentarsi a livello internazionale nelle KeeperBattle, una sorta di battaglia dei portieri che si sfidano calciando a turno, su campi in erba o sulla sabbia dei litorali.

“Con l’atleta giovane – spiega Andrea – sto lavorando per aumentare le risorse legate alla sicurezza e alla fiducia in se stessi. Il suo dialogo interno era fortemente limitante: spesso dopo un errore o un rimprovero dell’allenatore, il ragazzo si diceva mentalmente di non essere capace, di non sentirsi all’altezza. Di fatto, non credeva nei propri mezzi, che invece sono di buona qualità. Purtroppo se il portiere entra in tensione, se va sotto stress per paura di sbagliare o per un errore commesso, tutta la squadra si sentirà vulnerabile”.

Il mental coach in questi casi lavora per far sì che l’atleta resti lucido e concentrato nei momenti topici della gara: per un portiere pensiamo alle azioni offensive degli avversari, ai calci piazzati (corner, punizioni e soprattutto rigori), alle uscite sulle palle alte e su quelle basse in mezzo ai piedi degli avversari. Di recente, anche al cosiddetto ‘gioco con i piedi’, a quando il portiere riceve palla dai propri difensori e deve rigiocarla evitando il pressing degli attaccanti rivali.

Aggiunge Piscitelli: “Per loro una delle tecniche più importanti da acquisire è quella che ti consente di entrare velocemente nello stato d’animo giusto. È questione di secondi: l’emozione potenziante va individuata e richiamata in pochissimi istanti. Se il portiere diventa abile a entrare in quello stato produttivo, se adotta la fisiologia corretta, allora potrà dare il massimo nelle azioni più ‘calde’ della partita. Non serve che lui stia al massimo dell’energia per novanta minuti: deve essere nel suo peak state in quei pochi istanti decisivi”.

Entrambi i portieri seguiti da Andrea hanno approcciato il lavoro di coaching nel modo giusto e più efficace. Si sono messi in gioco seguendo tutte le indicazioni, senza fare quelle resistenze che allungano il processo e diradano i risultati. “È proprio così: i miei atleti prima hanno seguito online il programma di Sport Power Mind e poi hanno deciso di continuare con un lavoro di personal coaching. Partiti con il problema della fiducia in se stessi, che spesso è un tema di identità limitante, hanno iniziato a lavorare con l’atteggiamento giusto, a fare i compiti a casa, visualizzando gli stati d’animo e immaginando le situazioni stressanti della partita. In questo modo ora possono accedere alle risorse produttive e allontanare interferenze e distrazioni. In due-tre mesi abbiamo fatto passi da gigante: i pensieri sono passati da ‘oddio ho paura di sbagliare’ a ‘se sbaglio, pazienza, rimedierò!’. E soprattutto ad assumersi la responsabilità dei propri risultati”.

Gianluigi Buffon

Molto importante il supporto della famiglia (“genitori fantastici, presenti ma non invadenti”) e il cambio di focus mentale. “Specialmente l’atleta più giovane era condizionato dai feedback dell’allenatore: li viveva male, stentava a riprendersi. Saper comunicare bene con gli adolescenti è decisivo perché il mister ha un forte ascendente su un quattordicenne, viene percepito come una sorta di padre. È normale che un ragazzo non abbia ancora la maturità per giudicare le critiche, il suo pendolo emotivo è molto ampio. Per questo ci vuole un giusto mix di decisione e delicatezza”.

Ora i due portieri non si buttano giù al primo errore, come facevano tre o quattro mesi fa. Anche se la loro squadra vive una giornata negativa, restano fiduciosi nei propri mezzi e nelle loro capacità. “A volte – conclude Andrea – gli atleti hanno dei modelli di riferimento in base a un range di caratteristiche mentali e caratteriali. C’è chi sceglie Ibrahimovic e Gattuso per la grinta, chi LeBron James per la leadership o Federer per la centratura e l’equilibrio. Cristiano Ronaldo per l’applicazione e il sacrificio. I due portieri non avevano in testa un campione specifico, ma un mix di come doveva essere il portiere ideale con certe qualità. Quella loro personale immagine interna era di un campione con certi movimenti, con certe espressioni, dialoghi, atteggiamenti, modi di respirare. Questa cosa un po’ ha sorpreso anche me, che già mi aspettavo modelli come Buffon, Donnarumma, Szczesny o Handanovic. Invece ispirarsi a un proprio campione ideale può essere un’immagine ancora più completa”.


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Written by Alessandro Dattilo


alessandro dattilo

Alessandro Dattilo, giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e “Stand Out – The Personal Branding Company” e docente del programma “HRD – Da Manager a Leader“.
Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro “Scrittura Vincente”, una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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La testa della Roma non funziona più

Le parole più inquietanti sulla crisi mentale della Roma le ha pronunciate l’allenatore Claudio Ranieri, in conferenza stampa, poco dopo la brutta sconfitta subita all’Olimpico contro il Napoli di Carlo Ancelotti. “In questo momento siamo come dei pugili nell’angolo, dobbiamo stare coperti. Possiamo solo difenderci e cercare di prendere meno botte possibili in faccia perché fanno male!”. Se è vero che le parole dipingono spesso gli stati d’animo provati nell’inconscio, quelle del mister di Testaccio – subentrato qualche settimana fa al posto dell’esonerato Di Francesco – sono macigni che non ammettono equivoci.

È davvero uno dei momenti peggiori della stagione per la società giallorossa, anzi forse uno dei peggiori di sempre negli otto anni di gestione americana sotto la presidenza di James Pallotta. Basta guardare le immagini dei gol presi contro il Napoli per rendersi conto di quale sia il livello di apatia e rassegnazione psicologica da parte dei giocatori giallorossi. Difensori e portiere sembrano inermi contro un avversario senz’altro forte (il Napoli è secondo in classifica, dietro solo alla Juventus dei record), ma non così forte da sbaragliare una formazione che meno di un anno fa si stava pur sempre giocando contro il Liverpool l’accesso alla finale di Champions League.

Perché la mente si è bloccata fino a questo punto? Cosa dovrebbe accadere nello spogliatoio di Trigoria per aiutare la squadra a reagire, almeno in questo finale di stagione?

“Il primo che dovrebbe trasmettere sicurezza ai giocatori è l’allenatore. La società deve dare un segnale forte, affinché il mister possa esprimere la propria autorevolezza con credibilità, per guidare e supportare la squadra sia dal punto di vista tecnico sia da quello mentale. Tra i calciatori invece bisogna che ci sia un leader che possa prendere per mano i compagni più in difficoltà. Quando subentrano confusione e paura il gesto tecnico perde di efficacia perché la mente blocca invece di spingere verso una prestazione di gioco efficace.” Dichiara Lorenzo Marconi amministratore di Sport Power Mind.

In queste ore, sui giornali e nei social si dibatte se sia il caso – dopo un solo mese – di sostituire proprio Claudio Ranieri, colpevole secondo alcuni di non aver portato nessun beneficio alla Roma, né sotto l’aspetto tecnico (una vittoria e due sconfitte in tre partite) e né tantomeno sotto il profilo del carattere. “Il problema principale – ha detto Ivan Zazzaroni, direttore del Corriere dello Sport – è di comunicazione e di chiarezza all’interno della società. Ma il responsabile principale è il direttore sportivo Monchi, lo spagnolo che si è dimesso anche lui un mese fa”.

Nella catena della leadership, infatti, in una società di calcio così come in un’azienda o in una qualsiasi organizzazione, se i responsabili non sono in grado di mantenere una politica coerente tra gli obiettivi promessi e le azioni effettivamente compiute, le disfunzioni e gli errori nell’atteggiamento si riflettono dai vertici fino all’ultimo dei giocatori. Se mancano competenze tra i dirigenti, se i manager per primi non mettono in campo una capacità di problem solving adeguata a una multinazionale dello sport, allora è probabile che gli atleti in campo (milionari, ma pur sempre con una mentalità, in molti casi, da ragazzini viziati) si dimostrino l’anello debole, il più esposto alle pressioni della piazza, del pubblico che li fischia e dei giornalisti che li criticano senza pietà.

Secondo quanto riportano alcuni media, in caso di nuova pesante sconfitta nel turno infrasettimanale contro la Fiorentina, Ranieri potrebbe decidere di dimettersi, abbandonando clamorosamente dopo nemmeno un mese il ruolo di traghettatore che aveva accettato dopo l’esonero dal Fulham. Un atto di responsabilità per dare una scossa alla squadra che rischia di perdere non solo la Champions ma anche l’Europa League. Al suo posto arriverebbe un nuovo allenatore per chiudere degnamente la stagione.

Quando la mente non funziona, l’unica medicina è allontanare le parole negative, i messaggi depotenzianti, le voci critiche. Spiega Ranieri: “Ci dobbiamo isolare, tra due giorni abbiamo una nuova partita. Siamo tutti sulla stessa barca e cerchiamo di portarla in porto nel miglior modo possibile. Siamo poco dinamici? L’aspetto tecnico da solo non può bastare”. Come per dire: puoi stare anche bene di gambe, ma se la testa è bloccata, gli avversari saranno sempre un gradino più avanti.

Ecco come ha concluso Ranieri in conferenza stampa: “L’aspetto mentale è preponderante per qualsiasi atleta di qualsiasi sport. Cerchiamo di reagire, io cerco di motivarli e loro devono andare in campo. Non va bene perché i risultati non aiutano. L’uscita dalla Champions e la sconfitta con la Spal non sono state appaganti nell’ego dei ragazzi”.

Conclude Marconi: “È fondamentale in questi casi che i ragazzi si concentrino sul gioco e sulla prestazione evitando che il focus finisca sul risultato. Bisogna restare concentrati solo sul qui ed ora, nessuna proiezione sulle conseguenze negative, già negli allenamenti e nella preparazione delle partite. Bisogna lavorare anche sui punti di forza dei giocatori e della squadra affinché ritrovino dei punti di riferimento solidi e di conseguenza nuova sicurezza. Lavorare solo sugli errori è sempre sbagliato, quando la squadra è in difficoltà diventa un suicidio.”


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Written by Alessandro Dattilo e Lorenzo Marconi


alessandro dattilo

Alessandro Dattilo, giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e “Stand Out – The Personal Branding Company” e docente del programma “HRD – Da Manager a Leader“.
Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro “Scrittura Vincente”, una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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La leadership spensierata di Allegri e Ronaldo

Spesso quando accadono imprese come quella fatta dalla Juve ieri sera contro l’Atletico Madrid, è bene andare a rileggersi le dichiarazioni e a guardare i comportamenti che hanno preceduto la gara. È lì che si capisce se l’atteggiamento mentale, se le credenze che accompagnano l’identità, sono quelle giuste. Da come i protagonisti si esprimono a parole, da come alzano l’asticella ogni giorno negli allenamenti, emerge la quantità e la qualità del focus mentale proiettato sulla prestazione che sta per arrivare.

Parlare dopo è facile: dopo un’impresa, la comunicazione con se stessi e il mondo circostante è figlia di un’adrenalina che ti fa essere lucido ed entusiasta. Ma pensare “giusto” prima della performance è invece una qualità che solo i grandi campioni dello sport riescono a coltivare e a difendere dagli attacchi esterni (e interni).

Dopo la partita di andata a Madrid, la Juventus uscita sconfitta per due a zero era stata bersagliata da critiche pesantissime, come se tutto fosse già stato compromesso. Come se non ci fosse una partita di ritorno da disputare. Come se una stagione da record in campionato, con diciotto punti di vantaggio sulla seconda a undici giornate dalla fine del torneo, fosse “robetta” da dilettanti.

Contro Allegri e il suo gioco “rinunciatario” si sono scagliati in tanti. Cristiano Ronaldo è stato etichettato come un “anziano” sul viale del tramonto. Parole in libertà che non tengono conto dei numeri (basta guardare il palmares del tecnico livornese e di CR7) ma soprattutto che ignorano la straordinaria capacità di riemergere quando tutti ti danno per morto.

Sarà il modo con cui affronteremo la partita a fare la differenza” aveva detto Allegri alla vigilia, aggiungendo che “tutti dovremo dare il cento per cento, non fermandoci alle prime difficoltà, tirando avanti per 90 e se necessario 120 minuti, verticalizzando e giocando in velocità”. Per poi aggiungere che “in certe partite ci vuole qualcuno che abbia incoscienza”. E con Spinazzola in campo si è capito a chi facesse riferimento.

Contro l’ipotesi di lasciare a fine stagione la panchina bianconera, Allegri rispondeva così: “Del futuro non parlo, non è il momento e mi sono state fatte tante domande che non so più che dire. L’importante domani è fare un grande partita, deve essere una grande serata e soprattutto cercare di centrare l’obiettivo, poi dopodomani penseremo ad altro”. Alle parole di Allegri avevano fatto eco quelle di Marcello Lippi, che con la Juve e la Nazionale ha vinto tanto: “La Juventus non è mai morta, dunque chi la dà per spacciata non la conosce. La Juve in un certo senso è immortale, soprattutto quando la feriscono”.

Caricata a pallettoni

Questo dunque era il “prima”, che in chiave mental coaching ci fa capire quanto sia importante l’ambiente nel quale sei immerso mentre prepari una performance così decisiva, restando impermeabili alle critiche (e alle cosiddette “gufate”). E in questo Max Allegri è un fenomeno.

Al di là dei meriti tecnici (in questa sede non parliamo di qualità del gioco espresso, di tattiche vincenti, di scelte di formazione), il grande ingrediente per la “remuntada” è stato il lato psicologico-motivazionale della faccenda, la capacità di tenere il gruppo in tensione per tre lunghe settimane, arrivando all’appuntamento decisivo in modo scintillante. La Juventus per 90 minuti è stata aggressiva e concentrata ma senza lasciarsi travolgere dalla bava alla bocca o dalla frenesia di chi sapeva di dover fare due o più gol in una sola partita, senza prenderne e per di più contro un avversario ostico.

Cristiano Ronaldo è un leader di caratura planetaria. La sua presenza, il suo esempio di abnegazione ed entusiasmo sono fondamentali per caricare i compagni, specialmente i più giovani. Uno dei video più visti oggi in Rete è proprio quello dove CR7, al momento di rientrare in campo nel secondo tempo contro l’Atletico Madrid, avvicina nel tunnel degli spogliatoi i propri compagni, con un gesto di carica e motivazione riservato a ciascuno di loro. “Vamos!” sembra dire con sguardo grintoso ai suoi colleghi di performance. Un comportamento che infonde sicurezza e solidità mentale al resto della squadra, in un momento delicato e difficile come quello del vantaggio per 1-0.

Allegri dal canto suo è abilissimo nel togliere la pressione ai giocatori, nello stemperare situazioni e critiche che potrebbero distogliere dall’obiettivo e far perdere energie emotive. Fuori dal campo sta attento a non mostrare a nessuno (né alla stampa e né tantomeno ai giocatori nello spogliatoio) i timori che precedono la gara e le ansie da formazione. È sovente scanzonato e ironico, anche se pungente e permaloso quando lo si stuzzica con analisi incoerenti e motivate.

Lo ha detto lui stesso a fine gara: “È stata una partita lucida e fredda, il rischio era quello di una serata isterica e nevrotica per ribaltarla subito dopo l’attesa”. Alla fine Allegri – che ha stracciato il collega Simeone proprio nel giorno di San Massimiliano, il 12 marzo – avrebbe potuto rispondere ai suoi detrattori con tono vendicativo. Invece la sua forza è di non esasperare mai il dopo-gara, di non attaccarsi alle circostanze (arbitri, sfortuna, episodi), di gestire situazioni molto delicate senza fare il furbo.

Questo è il suo calcio, questa la sua mentalità: che porta reddito e produce questi risultati. Non è mai esagerato nei toni, come è capitato a colleghi illustri (Antonio Conte, Arrigo Sacchi e altri), non è esaltato, né vendicativo né aggressivo. Il suo mantra è disincanto ed equilibrio, le abilità di un giocatore di scacchi che non si prende mai davvero sul serio.

Gestione delle critiche

Allegri dunque sa bene che la paura blocca la lucidità e non consente a un atleta di esprimersi al meglio. Per questo ha chiesto alla squadra di concentrarsi sul qui e ora, che di fatto significa metterci cuore e non pensare ad altro. Che la squadra abbia assimilato al meglio queste indicazioni lo dimostrano le parole di Leonardo Bonucci, uno che di trincea se ne intende. “Se ne sono dette tante su di noi, ma come sempre la Juventus risponde sul campo. Noi abbiamo avuto quattro occasioni e abbiamo fatto tre gol, loro all’andata hanno avuto tre occasioni e hanno fatto due gol: la differenza è stata questa. Abbiamo messo i coglioni per tutta la partita, le loro assenze pesavano ma non più delle nostre. Chi è stato chiamato in causa da noi ha fatto una grande partita in un’atmosfera incredibile, perché lo Stadium è stato il dodicesimo uomo”.

Lo sanno bene i mental coach che lavorano con singoli atleti o squadre. Alle critiche puoi rispondere in due modi: o accetti la sfida e reagisci per smentire quelle critiche, oppure puoi soccombere con rassegnazione. Bonucci rivela come hanno reagito: “Quello che è stato detto su di noi ci ha toccato a livello umano e quando si viene toccati a livello umano allora si tira fuori qualcosa in più. Il mister ha grande esperienza per farsi scivolare tutte le critiche addosso. Noi abbiamo fatto una grande rimonta e non era facile. Questa adrenalina che sentiamo addosso ci aiuterà ad arrivare al meglio fino a giugno”.

La spensieratezza di Allegri, dunque, come una delle chiavi per togliere pressione ai singoli elementi della squadra e dare lucidità ai suoi ragazzi impegnati in una partita cosiddetta “o dentro o fuori”, vero spartiacque della stagione.

Conclude Lorenzo Marconi, amministratore di Sport Power Mind e trainer del Master in Sport Mental Coaching di ISMCI: “Con i nostri atleti un elemento su cui lavoriamo è proprio il concetto di spensieratezza nello svolgimento della prestazione. La paura porta rigidità, toglie lucidità al momento agonistico. Quando l’atleta ‘non ha pensieri’ riesce a esprimere al meglio il proprio potenziale, senza interferenze esterne e interne. Ed è in grado di generare una performance al massimo delle sue capacità”.

Su questi temi, Roberto Re ha selezionato in esclusiva una serie di video testimonianze originali fatte appositamente a campioni dello sport per ispirarti, supportarti, aiutarti ad approfondire il training mentale nello sport. Oltre a questo, ha preparato per te un report e che puoi scaricare gratuitamente per capire come il mental coaching possa essere la soluzione ai tuoi limiti sportivi. Grazie ai 3 semplici metodi indicati nel report potrai gestire la paura e l’ansia da prestazione in meno di 10 minuti – e potrai usare queste tecniche ogni volta che vuoi!


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Written by Alessandro Dattilo e Lorenzo Marconi


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Alessandro Dattilo, giornalista, storyteller, blogger, formatore, ghostwriter. Aiuta aziende e professionisti a raccontare la loro storia, a trasferirla sul web, a farla diventare un libro. Tiene seminari su Brand Journalism e Scrittura Efficace per il Business. Oggi è Senior Content Manager per Roberto Re Leadership School e “Stand Out – The Personal Branding Company” e docente del programma “HRD – Da Manager a Leader“.
Fondatore di TorinoStorytelling e RomaStorytelling, ha scritto e parlato per quotidiani nazionali, network radiofonici e tv locali. Sul web ha lavorato come consulente editoriale e content manager per il Gruppo Enel, Ferrovie dello Stato, Treccani, Ferpi, Fastweb, Reale Mutua, Comin & Partners e molti altri. Per Mondadori ha pubblicato nel 2014 il libro “Scrittura Vincente”, una guida pratica su come usare la parola scritta per raggiungere più facilmente i propri obiettivi in campo aziendale, commerciale, professionale.

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La formula di Sir (Sor) Claudio Ranieri

Coraggio e romanismo. Per gestire un gruppo in maniera vincente, bisogna dimostrare di possedere un’identità da vincente. Solo con una reputazione inattaccabile si può fare leva con coerenza sui singoli elementi di una squadra. Se quello che chiedi ai tuoi ragazzi l’hai già ottenuto altrove – e quindi sai che è possibile – allora non potranno che seguirti. Spazzando via gli alibi una volta per tutte.

Nella Roma in crisi del dopo Di Francesco, il personaggio ideale per riportare l’equilibrio e l’essenzialità in un ambiente dove tutto è esagerato non poteva che chiamarsi Claudio Ranieri, nato e cresciuto a Testaccio, tifoso da sempre dei colori giallorossi prima ancora di esserne l’allenatore.

Le sue dichiarazioni in conferenza stampa trasudano romanità e tracciano una direzione: “Chiedo ai miei giocatori di dare tutto in mezzo al campo, di non risparmiarsi per il rispetto alla maglia che indossano. Devono arare il terreno di gioco”. Immagine chiarissima che non ammette repliche e che richiama quella saggezza contadina grazie alla quale – in Inghilterra, nel campionato più difficile del mondo – Ranieri ha conquistato la vittoria finale con una squadra di provincia, il Leicester.

Utilizzando la semplice formula del bastone e della carota, prima ha parlato a muso duro, ribadendo che non stiamo parlando di ragazzini di quattro anni, ma di adulti super-pagati e quindi responsabili dei propri comportamenti. Poi per rafforzare il concetto ha detto una cosa di buon senso: “Tutti abbiamo problemi, ma non li portiamo sul luogo di lavoro. In squadra chi pensa di avere problemi deve lasciarli a casa, non usarli come scusa per rendere di meno”.

Testa bassa e lavorare, sembra essere lo slogan identitario di mister Ranieri, chiamato a risollevare le sorti della Roma a una dozzina di gare dalla fine del campionato. Obiettivo arrivare almeno quarti, ed entrare così in Champions League. “Io non guardo i nomi o il curriculum – ha detto il tecnico – mi interessa l’impegno in allenamento e in partita. Giudico l’atteggiamento mentale e fisico, la voglia di combattere contro l’avversario. Ho chiesto ai ragazzi di essere uniti, di essere una squadra, di aiutare il compagno quando sbaglia: questo fa la differenza”.

Poi, da abilissimo gestore di team, ha iniziato a dispensare “carote” a beneficio di alcuni atleti che avevano bisogno di incoraggiamento, e che forse sotto la guida del precedente allenatore erano rimasti un po’ in disparte. “Patrik Schick è fortissimo, è un giocatore che ha tutto, velocità, tecnica, gol. Il carattere? Gli ho detto prima della partita che avrei voluto vedere la stessa grinta che ha messo in campo a Oporto“. Detto fatto: l’attaccante ceco ha realizzato il gol decisivo del 2-1 contro l’Empoli.

Altri due atleti che hanno apprezzato il sostegno del mister e reagito bene alle leve motivazionali sono stati Florenzi ed El Shaarawy. Il primo ha iniziato la gara di ieri con la fascia di capitano: “Essendo romano capisco cosa sta passando – ha detto il tecnico in conferenza -. Ogni errore che fa pesa più che ai suoi compagni. Deve tirare fuori la romanità giusta, stare petto in fuori. Non c’è niente di male a sbagliare e ammettere l’errore. Poi c’è un’altra palla da giocare, un’altra partita da giocare. Mi aspetto tanto da lui. Comunque Florenzi è un giocatore universale, può giocare sia dietro che avanti, con caratteristiche uguali. Dipende dalla partita, dall’avversario, dalla situazione tattica. L’importante è che Alessandro si riprenda. Mi ha detto che ci voleva essere, nonostante un problemino al ginocchio“. E in campo non si è risparmiato.

Anche El Shaarawy, tra i più in forma del momento, ha risposto con una rete e con grandi motivazioni: “Abbiamo giocato col cuore come chiesto da Ranieri” ha detto a fine gara. Negli ultimi minuti l’attaccante di origine egiziana ha anche indossato la fascia da capitano: ulteriore mossa dell’allenatore per rinforzare le sue credenze legate all’identità di squadra.

Ai tifosi – dopo tante delusioni emotive legate, questa è l’accusa, all’eccessiva americanità della gestione Pallotta – un bagno di romanità è sembrata la risposta giusta a uno stallo mentale ed agonistico in cui stava sprofondando la squadra. L’ultima chicca per rinforzare l’ancoraggio tra il cuore giallorosso e la passione professionale di Ranieri è stato l’episodio, da lui stesso raccontato, della telefonata che gli ha fatto Francesco Totti, leader indiscusso in eterno per la tifoseria romanista. “Francesco mi ha chiamato – ha rivelato il tecnico – e mi ha chiesto la disponibilità a tornare ad allenare la Roma. A qualunque altra squadra in questo momento avrei detto di no. Ma alla Roma, quando chiama, posso solo accettare“. E avendolo chiamato Totti, il corto-circuito emotivo si è saldato. Nella mente di tutti, ma soprattutto in quella dei calciatori. Che forse per la prima volta iniziano ad assaporare cosa significhi davvero lottare in un’arena, con un’intera città (pubblico laziale a parte) che ti sostiene fino alla fine.

Su questi temi, Roberto Re ha selezionato in esclusiva una serie di video testimonianze originali fatte appositamente a campioni dello sport per ispirarti, supportarti, aiutarti ad approfondire il training mentale nello sport. Oltre a questo, ha preparato per te un report e che puoi scaricare gratuitamente per capire come il mental coaching possa essere la soluzione ai tuoi limiti sportivi. Grazie ai 3 semplici metodi indicati nel report potrai gestire la paura e l’ansia da prestazione in meno di 10 minuti – e potrai usare queste tecniche ogni volta che vuoi!


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Written by Alessandro Dattilo e Lorenzo Marconi


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Sentirsi pronti, il focus mentale del giovane Piatek

Nelle stesse ore in cui Krzysztof Piatek nasceva (era l’inizio di luglio del 1995), al Milan arrivava un fenomeno chiamato Roberto Baggio. Il Divin Codino, messo alla porta dalla Juventus di Marcello Lippi, era approdato a Milanello insieme a un altro campione di livello assoluto: un tale George Weah, centravanti liberiano acquistato dal Paris Saint–Germain e premiato nel 1995 con il Pallone d’oro, con il FIFA World Player e come Calciatore africano dell’anno. Un Milan stellare, allenato da Fabio Capello, che ad aprile del 1996 vincerà lo scudetto staccando di 8 lunghezze proprio la Juve del neo–bomber Alessandro Del Piero.

Questo simpatico parallelo

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Le migliori storie del 2018 in Sport Power Mind (pt. 1)

Si sta per chiudere un 2018 che ci ha visto, come Sport Power Mind, sempre in prima linea nel raccontare storie di campionesse e campioni di ogni disciplina. Con una media di due articoli a settimana, i lettori del nostro blog hanno potuto approfondire le gesta, ma soprattutto gli aspetti legati alla preparazione mentale, di personaggi del calibro di Francesco Molinari, Sofia Goggia, Marco Cecchinato e Carolina Kostner (tanto per citarne una minima parte). Come spesso si usa nelle redazioni a fine anno, insieme a Lorenzo Marconi (performance coach di ISMCI) abbiamo commentato alcune storie che hanno riscosso maggiore successo sulle pagine social targate SPM.